Questo mese, per ricordare l'anniversario della tragica spedizione del dirigibile Italia alla scoperta del Polo Nord, ho deciso di parlare di Ugo Lago, cittadino notinese morto a trenta anni. Giornalista del Popolo d'Italia pieno di aspirazioni, con la passione per la letteratura ed il teatro.
UgoUU go LUgo LagogoLago

 

Ugo Lago, nato a Noto il 1 Gennaio 1898 e morto il 25 Maggio 1928 al Polo Nord, dopo avere lanciato un gagliardetto della città di Notoera un giornalista, aspirante scrittore L’amore per la scrittura e per le materie letterarie furono il suo riferimento costante e continuo fin da ragazzo. Dopo il Liceo classico frequentato a Noto, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza a Catania, anche se le sue passioni erano il giornalismo, la letteratura ed il teatro. A Catania cominciò a scrivere per alcuni giornali, come “Giornale dell’Isola” e “Corriere di Catania”, dove conobbe e frequentò Nino Martoglio e Angelo Musco, che lo incoraggiarono nella sua promettente attività di giornalista e di scrittore. Angelo Musco lo presentò al Direttore di Epoca, Tullio Giordani che gli affidò una rubrica il cui titolo era: “Interviste a vapore”, con cui cominciò a intervistare artisti, poeti, scrittori, scienziati, uomini di Stato. Il suo spirito d’iniziativa e il suo comportamento estroverso lo introdussero nell’ambiente letterario e artistico romano, dove conobbe e divenne amico di Gabriele D’annunzio, Sem Benelli, Trilussa, Ettore Petrolini, Filippo Tommaso Marinetti.

Nel 1924 scrisse un libro di romanzi brevi, dal titolo: “Samura”, di cui una copia con dedica alla Signora Alfina Russo, moglie del Direttore della Biblioteca del tempo Domenico Russo, si può consultare alla Biblioteca Comunale di Noto.
Trasferitosi a Milano, divenne redattore de Il Popolo d’Italia, per poi essere inviato in Francia, Norvegia, Albania, Spagna, da dove inviava i suoi servizi. Nel 1928 prese parte come inviato speciale de Il Popolo d’Italia, insieme a Cesco Tomaselli, del Corriere della Sera, all’impresa polare del Dirigibile Italia, comandato dal Generale Umberto Nobile, per la esplorazione per fini scientifici del Polo Nord. Durante il ritorno da una esplorazione il Dirigibile perse quota gettando sulla banchisa buona parte dell’equipaggio tra cui in comandante U. Nobile. La navicella riprendeva quota allontanandosi con Ugo Lago e altri cinque uomini dell’equipaggio. Di Ugo Lago e dei cinque uomini che si trovavano con lui, non si seppe più nulla. Dalle testimonianze dei superstiti ci fu chi sosteneva d’avere visto la navicella in balia del vento e di una lunga scia di fumo nero. Il 25 Maggio del 2008, ricorre l’ottantesimo anniversario della morte di Ugo Lago, vitale giornalista e scrittore Notinese, che il Novecento di Noto ci ha dato.

 

Un po' di storia...

Viene attribuito a Henry Hudson il primo tentativo di esplorazione del-l'Artico che nel 1607 a bordo della nave Hopewell raggiunse la Groenlandia e le coste settentrionali delle isole Svalbard; La barriera di ghiaccio però impedì all'esploratore di andare avanti.
Traguardo che fu superato da Constantin J. Phipps nel 1773 con il vascello Racehorse.

Nel giugno 1827 William Edward Parry, guidò il primo tentativo di esplo- razione con slitte ma le profonde fratture della superficie ghiacciata ai margini della calotta polare lo fermarono anche lui.
Nel 1893 il norvegese Fridtjof Nansen si inoltrò nel Mar Glaciale Artico con il veliero Fram, che rimase imprigionato tra i ghiacci.. Nansen con un compagno stabilì con le slitte il nuovo primato nella corsa verso il Polo il 7 aprile 1896.

Il Fram imprigionato fra i ghiacci (da una lastra originale del 1895).

Pochi anni dopo anche l'Italia prese parte alla sfida con una spedizione guidata dal Duca degli Abruzzi a bordo della Stella Polare, della quale il Museo conserva la polena. Nell'aprile del 1900, a poco più di un anno dalla partenza della nave, Umberto Cagni, ufficiale della Regia Marina, lasciato il veliero raggiunse con le slitte la latitudine di 86° 34' N.

Sei anni più tardi lo statunitense B.E. Peary superò, sempre con slitte, la latitudine di 87°. Lo stesso Peary ritentò la marcia nel 1909, con 19 slitte e 133 cani, raggiungendo la latitudine di 87° 47'.


Nel 1897 lo svedese Salomon August Andrèe con due compagni, Nils Strindberg e Knut Hjalmar Fraenkel, inizarono i tentativi di esplorazione aerea. Decisero di raggiungere il Polo Nord con il pallone aerostatico Örnen ("Aquila"): la partenza avvenne l'11 luglio dalla Baia Virgo, a nord delle isole Svalbard. Dopo circa 400 km una perturbazione li fece precipitare.

I tre esploratori cercarono di tornare alla terraferma con le slitte, raggiungendo, tre mesi dopo, l'Isola Bianca ma non ebbero fortuna, il freddo li uccise e i loro resti furono ritrovati soltanto nel 1930 durante la spedizione della nave Bratvaag.


l'Örnen di Andrée subito dopo l'atterraggio forzato sui ghiacci

Dopo la prima guerra mondiale ripresero Le spedizioni ripresero dopo la Prima guerra mondiale.

Va ricordata innanzitutto la spedizione Junkers-Hammer: la Junkers era una fabbrica tedesca di aerei e Hammer un esploratore statunitense. Lo Junkers Eis Vogel ("Uccello dei ghiacci") compì diversi voli fra il 5 e il 7 luglio 1923 sull'arcipelago delle Svalbard; fu superato l'80° parallelo e venne impiegata per la prima volta la fotogrammetria aerea.

Fu tuttavia il norvegese Roald Amundsen, che il 15 dicembre 1911 aveva già conquistato il Polo Sud, con il più importante tentativo di esplorazione aerea dell'Artico. Dopo aver fallito nel 1918 e nel 1920 con la nave Maud, egli si era convinto che le possibilità di raggiungere il Polo Nord con navi e slitte erano davvero minime e organizzò una spedizione con due idrovolanti Dornier Wal: gli aerei decollarono dalla Baia del Re, nelle isole Svalbard, il 21 maggio 1925. Alle prime ore del giorno successivo, raggiunta la latitudine di 88°, i due idrovolanti decisero di ammarare su uno specchio d'acqua; durante la manovra, uno dei velivoli subì gravi danni e il 15 giugno la spedizione decise di rientrare a bordo dell'unico aereo intatto.
L'ultimo tentativo compiuto da un aereo prima del dirigibile Norge si deve agli statunitensi Richard Byrd e Floyd Bennett: a bordo del Fokker Josephine Ford partirono dalla Baia del Re il 9 maggio 1926, senza tuttavia, nonostante le loro affermazioni, riuscire a raggiungere il Polo. Due giorni dopo, l'11 maggio 1926, il Norge si alzò in volo per la leggendaria trasvolata.

Il 29 marzo 1926, dopo varie modifiche tecniche, il dirigibile N1 venne consegnato all'Aeroclub di Norvegia con una cerimonia all'aeroporto romano di Ciampino. In quell'occasione all'aeronave fu dato il nome di Norge, in onore del Paese che aveva reso possibile la spedizione. Un fondamentale contributo finanziario venne anche dall'uomo d'affari statunitense Lincoln Ellsworth, che partecipò personalmente alla trasvolata.
Alle 9.30 del 10 aprile 1926 il Norge partì da Roma per il lungo viaggio di avvicinamento alla Baia del Re, dove nel frattempo, su progetto dell'ingegner Felice Trojani, era stato costruito un hangar a cielo aperto con struttura in legno. La sera del giorno successivo il dirigibile atterrò a Pulham, nei pressi di Londra, per ripartire il 3 aprile alla volta di Oslo. Da qui l'aeronave fece rotta il 15 aprile su Leningrado. La sosta nell'Unione Sovietica si prolungò fino al 5 maggio: quel giorno, alle 9.30, il Norge decollava in direzione della Baia del Re. Dopo una breve sosta a Vadsö (Norvegia) per rifornimenti, ebbe luogo l'ultimo balzo di 1300 km verso la base artica, raggiunta alle 6.40 del 7 maggio.


Il Norge sorvola la Baia del Re

L''11 maggio 1926 alle 9,50 il Norge lasciò la Baia del Re dirigendosi verso il Polo Nord. L'equipaggio, cambiato più volte durante le tappe di avvicinamento, era composto da sei italiani (tra cui Nobile col ruolo di comandante), otto norvegesi (tra cui Amundsen), uno statunitense e uno svedese.
Dopo sei ore l'aeronave superò l'83° parallelo: sotto di essa si stendeva l'immenso mare polare. All'1.30 del 12 maggio 1926 il Norge raggiunse il Polo Nord. La radio di bordo informò il mondo dell'avvenimento. Poi il viaggio proseguì sul ghiaccio inesplorato, in direzione dell'Alaska.
La mattina del 13 maggio apparvero le coste americane. L'atterraggio, fu anticipato a causa del maltempo a Teller, una minuscola località dell'Alaska, alle 7.30 del 14 maggio 1926. In 170 ore di volo erano stati percorsi 13.000 km, da Roma all'Alaska. Venne definitivamente dimostrato che attorno al Polo Nord si estende un immenso mare ghiacciato, il Mar Glaciale Artico, mentre il dirigibile confermò di essere in quegli anni l'unica macchina in grado di sostenere grandi traversate senza punti di rifornimento.

 

LA SPEDIZIONE DEL DIRIGIBILE ITALIA

 

Umberto Nobile aveva già deciso al suo arrivo a Teller la preparazione di un'altra impresa, questa volta con un dettagliato programma di esplorazione geografica e di esperimenti scientifici ma il governo italiano non autorizzò la costruzione di un nuovo dirigibile, l'N5.

Grande tre volte il Norge: pur riconoscendo gli indubbi meriti della spedizione artica del 1926, l'Aeronautica preferì concentrare i propri sforzi nello sviluppo degli aerei. Nobile tuttavia non si arrese: ottenne il sostegno di un gruppo di industriali milanesi e portò a termine nel 1927 la costruzione di un'aeronave gemella del Norge, l'N4. Nel frattempo, istituti scientifici italiani, cecoslovacchi, statunitensi e inglesi misero a disposizione i loro migliori strumenti di rilevazione.
Alla fine di marzo del 1928 ogni dettaglio della spedizione era stato definito. Il dirigibile N4, ribattezzato Italia, aveva 13 membri d'equipaggio, tutti italiani. Considerando anche i tre scienziati e i due giornalisti, la spedizione comprendeva in tutto 18 uomini, con Nobile naturalmente come comandante.
Dopo il trasferimento da Roma a Milano, l'Italia partì dall'aerodromo milanese di Baggio il 15 aprile 1928 e con un volo di circa 6000 km, facendo tappa a Stolp (Pomerania) e Vadsö (Norvegia), giunse alla Baia del Re il 6 maggio. Il secondo durò tre giorni con un percorso di circa 4000 km sui territori inesplorati a nord-est delle isole Svalbard: vennero definiti gli estremi confini

occidentali della Terra del Nord, fu dimostrata l'inesistenza della Terra di Gillis e vennero effettuati diversi rilevamenti sulla Terra di Nord-Est. Il terzo volo doveva esplorare la parte settentrionale della Groenlandia, alla ricerca di terre emerse, per dirigersi quindi sul Polo, dove erano previste misurazioni scientifiche sul pack.
Alle 4.28 del 23 maggio 1928 l'Italia si alzò in volo con sedici persone a bordo e, nonostante una violenta perturbazione, raggiunse il Polo Nord alla mezzanotte fra il 23 e il 24 maggio. Fu impossibile attuare la discesa sui ghiacci, a causa del forte vento. Alle 2.20 Nobile ordinò che si prendesse la via del ritorno.

Baia del Re, 23 maggio 1928, ore 4.28: la partenza dell'Italia per il terzo volo artico

L'avvistamento delle isole Svalbard era previsto per le prime ore del mattino del 25 maggio, ma il vento rallentò la marcia. Alle 10.30 il capo motorista Cecioni diede l'allarme: l'Italia stava perdendo rapidamente quota.

Tre minuti più tardi, per cause che restano tuttora sconosciute, il dirigibile si schiantava sul pack, a quasi 100 km dalle isole Svalbard.
Dieci uomini caddero dalla navicella di comando sui ghiacci. Il meccanico Pomella fu trovato morto dai superstiti subito dopo la caduta; Nobile e Cecioni subirono fratture agli arti. Sull'involucro privo di comandi restarono invece Alessandrini, Caratti, Ciocca, Arduino, Pontremoli e Lago. L'aeronave si risollevò lentamente scomparendo nella fitta nebbia: della sua sorte e di quella dei sei uomini rimasti a bordo non si ebbero più notizie. Probabilmente l'Italia andò alla deriva, inabissandosi nel Mare di Barents. L'impatto aveva riversato un po' ovunque anche numerose attrezzature di bordo. Fu rinvenuta una parte dei viveri, ma soprattutto la tenda preparata per la discesa sul Polo e la radio di soccorso Ondina 33. La tenda, colorata di rosso con l'anilina che avrebbe dovuto servire per le rilevazioni altimetriche, diventò un indispensabile rifugio per i naufraghi e un punto di riferimento per i soccorsi. Il radiotelegrafista Biagi montò subito l'antenna della radio e attivò l'apparecchio. Il 30 maggio, dopo cinque giorni di infruttuose
trasmissioni (la nave appoggio Città di Milano non riuscì a captare i messaggi di aiuto), Mariano, Zappi e Malmgren lasciarono la tenda per una marcia disperata verso la terraferma. Alcuni giorni dopo, il 2 giugno, un radioamatore russo di nome Nicolaj Schmidt, intercettò l'SOS dei naufraghi.

La notizia del naufragio dell'Italia si diffuse in tutto il mondo. Due baleniere, la norvegese Hobby e la Braganza (noleggiata dall'Italia), perlustrarono inutilmente la zona a nord delle Svalbard. Anche i reparti degli alpini e i giovani della SUCAI (associazione universitaria legata al Club Alpino Italiano) si attivarono immediatamente e setacciarono senza successo centinaia di chilometri quadrati, con la speranza che il dirigibile avesse raggiunto le coste settentrionali delle Svalbard. La nave appoggio Città di Milano si spostò alla Baia Virgo e finalmente l'8 giugno stabilì il contatto radio con la Tenda Rossa.

Baia del Re, aprile 1928: l'arrivo della nave appoggio Città di Milano. Per aprire un varco fra i ghiacci e consentire l'attracco vennero fatte esplodere dagli alpini numerose cariche di dinamite davanti alla prua.

La Svezia inviò il battello Tanja con due idrovolanti Hansa-Brandenburg e il Fokker 31 pilotato da Einard Lundbord. Sulla baleniera Quest partirono gli uomini della spedizione, guidati da Tornberg. In Italia il governo si limitò ad autorizzare la partenza di un idrovolante Siai S55 pilotato dal maggiore Umberto Maddalena, con una spedizione resa possibile dal finanziamento deciso da privati, organizzati in comitato a Milano presso l'Automobile Club. Nella prima metà di giugno, la Svezia inviò un altro aereo, l'Uppland; la Finlandia mise a disposizione il monomotore Turku. L'idrovolante di Maddalena raggiunse la Baia del Re il 18 giugno. Nello stesso giorno il Latham-47 della spedizione francese, decollato da Trömso, precipitò nel Mare di Barents con a bordo quattro uomini dell'equipaggio, Amundsen e uno dei galleggianti dell'idrovolante fu ritrovato il 31 agosto dalla nave Brodd.

Baia del Re, 18 giugno 1928: l'idrovolante S55 pilotato da Umberto Maddalena ammara nei pressi della nave appoggio Citta' di Milano

Il 19 giugno Maddalena fece un primo volo alla ricerca della Tenda Rossa. Il giorno successivo, durante un'altra ricognizione dell'S55, i naufraghi scorsero l'idrovolante e iniziarono a trasmettere il segnale stabilito: "KKK"; il pilota dell'aereo riuscì così a individuare la tenda e a lanciare sui ghiacci i primi aiuti.
Il 22 giugno l'S55 ripartì, questa volta insieme a un altro idrovolante italiano, il Dornier Wal Marina II di Penzo, giunto alla Baia del Re un paio di giorni prima. I due velivoli erano carichi di rifornimenti indispensabili alla sopravvivenza dei naufraghi. Nello stesso giorno anche i due Hansa della spedizione svedese sorvolarono la Tenda Rossa, lanciando altre provviste
e chiedendo agli uomini sui ghiacci di individuare e segnalare un luogo adatto per l'atterraggio.
Nel frattempo, al capitano degli alpini Gennaro Sora e a due esperti conoscitori del pack, Warming e van Dongen, venne affidato il compito di ritrovare Mariano, Zappi e Malmgren. La spedizione di terra lasciò Capo Nord il 18 giugno con slitte trainate da cani e si diresse verso l'isola di Foyn. A metà del percorso, Warming, colpito da oftalmia, si fermò in un rifugio. Sora e van Dongen raggiunsero l'isola di Foyn dopo una marcia durissima; tuttavia, allo stremo delle forze, non riuscirono a proseguire e dovettero attendere a loro volta i soccorsi.

20 giugno 1928. Sulla sinistra è visibile il segnale del campo di atterraggio preparato dai naufraghi

La sera del 23 giugno due aerei svedesi raggiunsero nuovamente la Tenda Rossa: uno era il Fokker 31 di Lundborg, che riuscì ad atterrare sulla pista di neve e ghiaccio e a trarre in salvo Nobile, che avrebbe dovuto dirigere dalla base svedese le successive operazioni di soccorso. Lundborg tornò poco dopo in aiuto degli altri naufraghi, ma in fase di atterraggio il suo Fokker si ribaltò e il pilota rimase a sua volta prigioniero dei ghiacci. Un'altra spedizione aveva intanto lasciato la nave Braganza ed era partita alla ricerca del gruppo Mariano: la componevano due giovani della SUCAI, Matteoda e Albertini, un conducente di slitte (Tandberg) e la guida Nois. Dal 23 giugno al 6 luglio i quattro uomini perlustrarono un'ampia zona della Terra di Nord-Est, percorrendo quasi 500 km senza trovare traccia né dei dispersi né dell'Italia.
Il 6 luglio il Moth svedese pilotato da Schyberg portò in salvo Lundborg ma non tentò più altri rischiosi atterraggi. Nobile sollecitò allora il comandante Tornberg perché organizzasse un nuovo tentativo con il Klemm-Daimler pilotato da Eickmann. Ma il 12 luglio, quando l'aereo fu pronto per il volo, il rompighiaccio sovietico Krassin era già arrivato alla Tenda Rossa
.

La baleniera Braganza incagliata fra i ghiacci durante i soccorsi ai naufraghi dell'italia.

 

 

I sei membri dell'equipaggio dell'Italia scomparsi nel cielo artico con l'involucro dell'aeronave dopo la caduta sul pack. Dall'alto a sinistra, in senso orario: Renato Alessandrini, Ettore Arduino, Attilio Caratti, Aldo Pontremoli, Ugo Lago e Calisto Ciocca

 

 

Nonostante la generosa disponibilità dei sovietici ad appoggiare le operazioni degli idrovolanti, Nobile non riuscì a far proseguire le ricerche dell'Italia e dei sei dispersi che si trovavano a bordo quando l'involucro si era risollevato dopo lo schianto. Da Roma, Italo Balbo ordinò il rientro degli idrovolanti, mentre il comandante della Città di Milano chiedeva al Krassin di raggiungere la Baia del Re. Durante il viaggio di ritorno, il rompighiaccio recuperò l'equipaggio dello Junkers accampato presso Capo Wrede e già raggiunto in precedenza da una pattuglia discesa dalla baleniera Braganza e composta da Albertini, Matteoda, Gualdi e Nois. Sora e van Dongen, avvistati dal Krassin durante l'avvicinamento alla Tenda Rossa, furono portati in salvo dagli idrovolanti svedesi.
Altre due spedizioni alla ricerca dell'Italia ebbero luogo nei mesi di agosto e di settembre e videro impegnati, senza alcun risultato, la Braganza e il Krassin. Il 22 settembre Samoilovich ricevette da Mosca l'ordine di rientrare definitivamente.
La Tenda Rossa, riportata in Italia, è oggi al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica. La radio Ondina 33 è conservata dal Museo della Marina militare italiana di La Spezia.

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